19 05 04 NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL ESTERO ED ALTRE COMUNICAZIONI.

01 – E’ stato un 1°Maggio nel segno del lavoro povero e intermittente, della crescita del debito pubblico.
02 -L’On. La Marca (pd): l’assunzione di un contrattista nel consolato di Toronto è un primo passo nella giusta direzione
03 – L’On. La Marca partecipa a New York alla celebrazione del 25 aprile e ai vny media awards
04 – Il 1° maggio negli anni è diventato per troppi un giorno di festa tra gli altri, dimenticando che è giorno di riscatto e di ricordo delle lotte per e nel lavoro.
05 – LA RESISTENZA DI OGGI, ALDO TORTORELLA NELL’ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE A PORTA SAN PAOLO. Pubblichiamo la traccia del discorso tenuto da Aldo Tortorella – il partigiano Alessio – alla conclusione della manifestazione tenuta a Roma a Porta San Paolo.
06 – L’invecchiamento non frena la crescita. Spesso le economie con molti lavoratori anziani crescono poco. Ma non dev’essere per forza così. Basterebbe una maggiore apertura verso l’immigrazione e le tecnologie
07 -La generazione derubata. I ragazzi fanno bene a scendere in piazza per difendere la Terra.

01 – E’ STATO UN 1°MAGGIO NEL SEGNO DEL LAVORO POVERO E INTERMITTENTE, DELLA CRESCITA DEL DEBITO PUBBLICO. Nel cupo panorama, l’Istat parla di uscita dalla recessione tecnica (+0,2 del Pil), il governo si esalta, le opposizioni rispondono con «Italia fanalino di coda in Europa». Festa, protesta e sciopero: i tanti volti del lavoro sempre più impoverito Primo Maggio. Cortei, comizi e picchetti in tutta Italia. Cgil, Cisl e Uil in corteo a Bologna, passeranno davanti al presidio del Riders Union. L’Usb a Piacenza sotto il tetto dove 33 facchini Gls da settimane chiedono il reintegro, ( di Massimo Franchi.)
C’È CHI FESTEGGIA E CHI SCIOPERA. E C’È CHI È COSTRETTO A LAVORARE PERCHÉ DIVERSAMENTE VERREBBE LICENZIATO.
Il primo maggio ai tempi del «governo del cambiamento» è pieno di contraddizioni. A Bologna per esempio a pochi metri di distanza questa mattina ci saranno Cgil, Cisl e Uil che terranno il loro tradizionale corteo nazionale da piazza Venti Settembre fino al comizio in piazza Maggiore alle 12 e i Riders Union Bologna – il sindacato dei fattorini – che alle 10,30 saranno in picchetto e in sciopero davanti al McDonald’s della vicinissima via Indipendenza, lungo la quale passerà il corteo dei confederali.
LA BOUTADE SU CONFINDUSTRIA che voleva salire sul palco della manifestazione sindacale si è svuotata in fretta anche perché il conflitto dei rider è lì a dimostrare come lo scontro lavoratori-padroni è ancora più che attuale e tutt’altro che superato con il ritorno al cottimo rappresentato dalle paghe dei fattorini.

A 17 ANNI DI DISTANZA dall’ultima volta Cgil,Cisl e Uil riportano a Bologna la manifestazione nazionale. Teatro della festa, col titolo “Lavoro, diritti, stato sociale – La nostra Europa” sarà Piazza Maggiore, che i sindacati contano di riempire completamente, tracimando anche nelle strade laterali, con la presenza di maxi-schermi per chi non riuscirà a entrare in piazza.

Alle 12 ci saranno i comizi di Carmelo Barbagallo, Annamaria Furlan e di Maurizio Landini che a Bologna lavorò a lungo in Fiom e ha tanti amici. Dopo tutti al «pranzo solidale» e, mentre i leader torneranno a Roma per il Concertone, spazio alla musica dalle 16.30 con tra gli altri Après la classe, Murubutu, David Riondino e Khorakhanè. Temi della mattinata la la regolarità dei contratti, le regole del lavoro, la riduzione degli orari e il contrasto alle delocalizzazioni. Sul palco saliranno anche il sindaco Virginio Merola e il presidente della Regione Stefano Bonaccini che punta ad essere rieletto a novembre. «Non abbiamo notizie dal governo», spiegano gli organizzatori.

A DIFFERENZA DI PASQUA, quando l’Outlet di Serravalle Scrivia -teatro di uno sciopero due anni fa – è rimasto chiuso, serrande alzate oggi nell’altro outlet McArthurGlen a Barberino del Mugello e in tantissimi altri iper mercati e supermercati con la sola Coop che pubblicizza la sua chiusura «per scelta» con lo slogan «valori in corso». La Filcams Cgil porta avanti da anni la battaglia «La festa non si vende» e anche oggi con Fisascat Cisl e Uiltucs ha dichiarato sciopero in molti territori per dare copertura ai lavoratori che decideranno di non lavorare.

I COBAS PROTESTERANNO nei centri commerciali e negli outlet. «Molto spesso una commessa lavora con un contratto part time involontario per la modica cifra di circa 620 euro al mese – denuncia Francesco Iacovone, dei Caobas del lavoro privato – . A volte lavorando comunque full time. L’orario è un girone infernale che non le consente la vita sociale e la cura della famiglia. I soprusi e il mobbing sono all’ordine del giorno e se provi solo a protestare la tua vita diventa un girone dantesco. Anzi, peggio di un girone dantesco. Ecco, affinché vi ricordiate che domani è il Primo Maggio ed è ora che si cominci a cambiare questo stato di cose», denuncia.

Primo maggio di sciopero anche per i lavoratori Simply Sma a rischio per le voci di vendita – già avvenute in Sicilia – con la proprietà che continua a non rispondere ai sindacati nonostante il successo della mobilitazione che va avanti dal 19 aprile a rotazione nelle varie regioni dove sono sparsi i supermercati delle proprietà francese Auchan.

L’USB TIENE LA SUA FESTA a Piacenza in solidarietà con i 33 lavoratori licenziati da Gls che da due settimane sono sul tetto per chiedere il reintegro nel piazzale dedicato ad Abd Elsalam, il facchino morto investito da un camion nel 2016 durante un picchetto. «Chi sta su e chi sta giù uniti nella lotta, contro i licenziamenti e per il lavoro dignitoso e sicuro», è lo slogan.
FESTA DI LOTTA ANCHE a Termini Imerese. La manifestazione, organizzata da Fim Fiom e Uilm si terrà nel viale che nel 2004, alla presenza dei fratelli John e Lapo Elkann, fu intitolato all’avvocato Gianni Agnelli, in omaggio alla famiglia che in quella fase aveva annunciato nuovi investimenti. Ma quel progetto si arenò, cinque anni dopo Marchionne annunciò la chiusura della fabbrica. Così nel 2013, l’amministrazione comunale, alla presenza dell’allora leader della Fiom Maurizio Landini, revocò l’intitolazione ad Agnelli cambiando la denominazione del viale in «Primo maggio festa dei lavoratori». Il raduno davanti alla fabbrica comincerà alle 9,30 e si concluderà con l’intervento di Michele De Palma, segretario nazionale della Fiom. Dopo la conferma gli arresti dell’imprenditore Roberto Ginatta vicino a Fca e del sequestro della società da parte del Tribunale di Torino, Fim, Fiom e Uilm sollecitano il commissario Giuseppe Glorioso ad accelerare il processo di reindustrializzazione.
«Chiediamo al commissario di accelerare il confronto con il ministero dello Sviluppo, con la Regione e con Fca per creare le condizioni necessarie a far rientrare al lavoro mille persone che aspettano ormai da troppi anni», dice il segretario della Fiom siciliana, Roberto Mastrosimone. Per il sindacato «se Fca non è interessata al rilancio, allora il ministro Luigi Di Maio, che si è impegnato in prima persona venendo più volte a Termini Imerese, e il governatore Nello Musumeci collaborino per trovare una soluzione alternativa che dia finalmente un futuro ai mille lavoratori diretti e dell’indotto e alle loro famiglie»

02 – LA MARCA (PD): L’ASSUNZIONE DI UN CONTRATTISTA NEL CONSOLATO DI TORONTO È UN PRIMO PASSO NELLA GIUSTA DIREZIONE “Desidero esprimere la mia soddisfazione per l’emanazione da parte del Console generale di Toronto di un avviso di assunzione di un impiegato a contratto da adibire al servizio di collaboratore amministrativo. Il Consolato di Toronto è uno dei più grandi e importanti del Nord America e in esso, da tempo, si registrano nell’erogazione dei servizi ai nostri connazionali le consuete difficoltà legate alla limitazione di personale e alla crescita delle incombenze che ricadono sugli uffici consolari. Si tratta di una situazione che ho fatto presente, assieme ad altre di non minore rilievo nella mia ripartizione, in modo insistente e assiduo ai responsabili del MAECI, con i quali mi incontro periodicamente proprio per monitorare lo stato dei servizi consolari in nord e centro America. L’ultima occasione è stata quella dell’incontro con il Ministro Plenipotenziario Renato Varriale, Direttore generale per le risorse e l’innovazione presso la Farnesina.
Si tratta di un primo passo, naturalmente, che non esaurisce le esigenze avvertite dalla nostra comunità residente in quella grande circoscrizione consolare e i problemi di funzionalità degli uffici, ma certamente è un passo compiuto nella giusta direzione.

Non mancherò di seguire con la stessa attenzione del passato sia la situazione di Toronto che degli altri importanti terminali della nostra amministrazione nella mia ripartizione di riferimento, dandone notizia ai nostri connazionali, che sono il riferimento obbligato per ognuno di noi”.
On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D.
Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America
Electoral College of North and Central America
Ufficio/Office: Roma, Piazza Campo Marzio, 42 E-mail lamarca_f@camera.it

03 – L’ON. LA MARCA PARTECIPA A NEW YORK ALLA CELEBRAZIONE DEL 25 APRILE E AI VNY MEDIA AWARDS
L’On. Francesca La Marca ha partecipato a New York alla seconda edizione della manifestazione Voce di New York Media Awards, svoltasi presso l’Istituto di cultura della città, con la regia del fondatore della rivista Stefano Vaccara. All’evento sono stati presenti rappresentanti dell’ONU, del Consolato italiano, politici, giornalisti e professionisti non solo italiani.

Il tema che ha fatto da filo conduttore della serata è stato Liberty Meets Beauty. Con esso si è voluto sottolineare l’incontro della sensibilità soprattutto americana per la libertà di pensiero e di espressione con l’altrettanto forte sensibilità italiana per la bellezza, sia in campo etico che estetico. Il premio di questa edizione è stato assegnato a Gaia Pianigiani, corrispondente del New York Times.

Nel suo indirizzo di saluto, l’On. La Marca ha richiamato il valore e l’importanza, sempre attuali, della ricorrenza del 25 aprile per tutti gli italiani, ovunque risiedano, esprimendo un pensiero di gratitudine per tutti coloro che in condizioni difficili e talvolta drammatiche hanno lottato per restituire all’Italia e all’Europa la libertà, a rischio anche della loro vita. Il sentimento di gratitudine va non solo a coloro che hanno animato la Resistenza ma anche ai tanti giovani di Paesi, come gli Stati Uniti e il Canada, che prima hanno dato un contributo determinante alla liberazione e al ripristino della democrazia e poi hanno accolto gli italiani che cercavano lavoro e una migliore prospettiva di vita.

A proposito della “bellezza” e del “gusto”, veri contrassegni italiani, la parlamentare ha sottolineato, oltre alla bellezza grafica della Voce di New York, promotrice della serata, la sua serietà, l’intelligenza dei suoi contenuti e il carattere stimolante della sua presenza. Una rivista apprezzata non solo nella vasta ed esigente comunità italiana di New York, ma in tutti gli USA e in altri Paesi, Italia compresa.

La Marca ha concluso confermando l’impegno per la sopravvivenza di una stampa libera, minacciata in Italia da una discutibile idea di limitazione del sostegno pubblico, non meno necessaria anche tra gli italiani all’estero come strumento di informazione, di conservazione della lingua italiana e di persistenza dell’identità di origine.
On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D.
Circoscrizione Estero, Ripartizione Nord e Centro America

04 – IL 1° MAGGIO NEGLI ANNI È DIVENTATO PER TROPPI UN GIORNO DI FESTA TRA GLI ALTRI, DIMENTICANDO CHE È GIORNO DI RISCATTO E DI RICORDO DELLE LOTTE PER E NEL LAVORO.
Così il lavoro, i suoi drammatici problemi, la memoria delle faticose conquiste nel corso dei decenni, la scarsità di lavoro disponibile sono via via spariti dall’attenzione, con alcune eccezioni.
La considerazione sociale del lavoro è crollata con il peggioramento del potere contrattuale e delle condizioni di lavoro della maggioranza dei lavoratori.

Non solo in Italia, dove pure è esistito un movimento sindacale forte e combattivo, ma nel mondo perchè la pressione della globalizzazione neoliberista ha spinto verso il basso il lavoro. Come ha detto con arroganza il finanziere Buffet: la lotta di classe l’abbiamo vinta noi.

Per questo può essere importante una giornata come il 1° maggio: per riflettere, discutere, organizzare una risposta politica e sociale, per risalire la china.

Dobbiamo al contributo dato dai lavoratori alla Resistenza, alla sconfitta dei nazifascisti, alla libertà, la conquista della Costituzione del 1948 che – non a caso – recita nell’articolo 1: l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro.

La Costituzione avrebbe dovuto essere applicata con più coerenza, mentre il peso di politiche conservatrici ha precluso per molti anni l’adozione di leggi ispirate da una Carta fondamentale tra le più progressiste nel mondo.

Nel 1970, al culmine di una fase di conquiste contrattuali importanti, fu approvato lo statuto dei diritti dei lavoratori. Una legge che era una svolta. Alcuni, forse troppi, anche a sinistra lo capirono in ritardo. In anni più recenti, con il dispiegarsi della globalizzazione, è iniziato un attacco allo statuto dei lavoratori che ha portato allo smantellamento di parti fondamentali come la regola contro i licenziamenti immotivati che prevedeva il reintegro senza giusta causa.

A sinistra, purtroppo, questo attacco, portato in nome dell’ideologia dominante che cantava le lodi della soppressione di tutte le regole sul lavoro, ha fatto proseliti, ad esempio, dobbiamo al governo Renzi un attacco tra i più gravi allo statuto dei lavoratori.

E’ ovvio che a destra hanno approfittato di questo varco e hanno fatto di tutto per andare oltre.

Ciò che manca tuttora è una chiara e coerente autocritica su quanto è avvenuto, tale da consentire alla sinistra di diventare di nuovo riconoscibile agli occhi di chi lavora come sua rappresentanza politica, con l’obiettivo di fare dei lavoratori classe dirgente del paese. Altrimenti nessuno può meravigliarsi se i lavoratori cercano altre rappresntanze della loro frustrazione, che non risolve ma cerca sfogo alla rabbia.

La nostra Costituzione è da anni sotto l’attacco di quanti la ritengono troppo favorevole al ruolo dei lavoratori. L’attacco viene da sedi finanziarie internazionali che ne vogliono la modifica sia sul lavoro che sostenendo l’esigenza di decisioni anche senza il consenso dei cittadini. In altre parole una svolta autoritaria. Per questo da tempo è in corso un’iniziativa per riscrivere l’articolo 1 della Costituzione a favore del ruolo dell’impresa. Ovviamente a scapito del lavoro. Il ruolo dell’impresa è definito con equilibrio nell’articolo 41 della Costituzione che ne sancisce l’importanza e la libertà insieme alla sua responsabilità sociale.

La più recente elaborazione del prof Phillips sulla libertà è la conferma della validità dell’impostazione del testo della nostra Costituzione.

L’attacco alla Costituzione è un fiume carsico che periodicamente riemerge. La Costituzione è una conquista continuamente rimessa in discussione. Anche in questa fase ci sono stati e ci sono tuttora tentativi di modificarla.

A troppi sembra non essere chiaro che la Costituzione è una garanzia fondamentale per tutti noi. In essa è previsto che le classi sociale subordinate possano diventare dirigenti attraverso le loro rappresentanze sociali e adeguate scelte politiche. Da molti anni è in corso non solo una crescente divaricazione sociale della ricchezza e dei redditi ma una lacerazione anche dentro il mondo del lavoro. Accanto a ristrette aree di lavoro più tutelato ci sono ampie aree con tutele scarse o inesistenti, in mezzo un saliscendi da far venire il mal di mare, di cui sono parte integrante le centinaia di aziende che vedono l’occupazione a rischio.

Questa è la prima ragione delle difficoltà di unificare e fare pesare il mondo del lavoro come è accaduto in altre fasi della nostra storia recente. Anche la Costituzione risente di questa debolezza del ruolo del mondo del lavoro, che pure ha tanto contribuito alla sua conquista e in seguito alla sua attuazione.

Eppure il mondo del lavoro oggi ha più che mai bisogno della Costituzione e delle scelte politiche. In altri periodi il lavoro ha ispirato risposte politiche che andavano oltre il suo ambito, fino a diventare scelte generali, per tutta la società, come la scuola, il sistema pubblico di pensione, il sistema sanitario nazionale che fino a qualche decennio fa sono stati non solo conquiste sociali importanti ma collanti decisivi per la società italiana. Ora tutto è in movimento.

Ora il mondo del lavoro ha bisogno di ottenere scelte politiche che aiutino a riunificare dispersione, frantumazione, scarso potere contrattuale, spesso scoraggiato con un attacco continuato al ruolo di rappresentanza dei sindacati.

In altri periodi il potere contrattuale e l’iniziativa sindacale potevano supplire in parte ai vuoti legislativi, ora invece occorrono leggi ben fatte, attente all’obiettivo di invertire la tendenza alla concorrenza esasperata tra lavoratori, di allentare la pressione di una disoccupazione a livelli troppo alti in particolare tra i giovani.

Occorre impostare un disegno ambizioso che ispirandosi alla nostra Costituzione realizzi un nuovo impianto di diritti (la Carta dei diritti di tutti i lavoratori presentata dalla Cgil è un buon riferimento), di obiettivi sociali tali da garantire elementi nuovi ed importanti di unificazione del mondo del lavoro. Il lavoro oggi ha bisogno più che mai della attuazione della Costituzione, di buone leggi che chiudano la fase della regressione fino al riemergere dal passato di forme di vera e propria schiavitù.

La sinistra se vuole risalire la china deve ritrovare la sua iniziativa sul lavoro. Alcuni temi sono già chiari da tempo. I diritti di chi lavora, a partire da una normativa di legge contro il ricatto del licenziamento ingiustificato. Il diritto dei lavoratori ad avere un controllo contrattuale sulla propria condizione di lavoro, sulla retribuzione, sugli orari, ecc. sulla base di contratti definiti con i sindacati in base alla loro effettiva rappresentanza. A questo la legge può dare una spinta importante. Occorre ridisegnare gli interventi a favore delle aree di lavoratori che non riescono a difendersi adeguatamente da sole. La discussione sul reddito di cittadinanza ha il merito di avere portato alla luce che il salario in Italia è molto basso e che l’adozione di un salario minimo può essere utile se è rivolto a sostenere la contrattazione, non a sostituirla, come un pericolosoo paternalismo ripropone. Il fenomeno dei lavoratori poveri si è allargato a dismisura.

Occorre infine ridisegnare i pilastri dello stato sociale, non per abbatterli come propone la destra neoliberista, ma per rafforzarli negli aspetti che hanno perso la capacità di difendere aree di lavoratori che oggi sono esclusi o ai margini e, ad esempio, sono costretti a non curarsi perchè non se lo possono permettere.

Il 1° maggio 2019 deve essere anche una festa ma soprattutto l’occasione per rimettere in campo il tema del lavoro, per ridare al lavoro il ruolo e la dignità che merita nella società, invertendo una fin troppo lunga fase di regressione.
Alfiero Grandi

05 – LA RESISTENZA DI OGGI, ALDO TORTORELLA NELL’ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE A PORTA SAN PAOLO. Pubblichiamo la traccia del discorso tenuto da Aldo Tortorella – il partigiano Alessio – alla conclusione della manifestazione tenuta a Roma a Porta San Paolo.

NOI CELEBRIAMO QUEST’ANNO UN 25 APRILE MOLTO DIVERSO DA QUELLI PASSATI.
Per la prima volta in tanti anni di storia della Repubblica, una parte intera del governo ha voluto disertare le celebrazioni di questo giorno della Liberazione con una motivazione fornita dal capo di questa fazione che mette sullo stesso piano fascismo e antifascismo come si trattasse della lotta tra opposte tifoserie in una partita di calcio. È, prima che una infamia, una bestialità, perché mette sullo stesso piano vittime e carnefici.

Noi qui a Porta San Paolo, dove iniziò la Resistenza italiana nella comunanza tra popolo e forze armate, siamo a pochi passi dalla tomba di Gramsci, lentamente assassinato dalla carcerazione fascista. E fu barbaramente trucidato Matteotti: il capo fascista, che se ne prese la responsabilità, meritava la galera solo per questo. Fu assassinato don Minzoni, il sacerdote di Ferrara simbolo di una profonda fede cattolica e perciò antifascista difensore della giustizia sociale. Furono assassinati Giovanni Amendola, liberale, i fratelli Rosselli socialisti liberali e, prima e dopo, lavoratori e lavoratrici, sindacalisti, intellettuali. Bande assassine incendiarono camere del lavoro e sedi dei quotidiani d’opposizione….. Con la complicità della monarchia e delle classi dominanti, il fascismo si affermò con la violenza e il delitto..

E furono mandati a morire e a dare la morte in guerre d’aggressione centinaia di migliaia di giovani. In 20 anni di dittatura 10 sono stati di guerra: la guerra coloniale di Abissinia, vinta con l’uso criminale dei gas asfissianti, la guerra contro la repubblica spagnola a favore del fascismo franchista , l’aggressione alla Grecia, alla Francia, alla Russia sovietica scatenate tutte contro chi nulla aveva fatto contro di noi, e le ultime tre con il miserabile scopo di salire sul carro del presunto vincitore.

L’equiparazione tra fascismo e antifascismo sarebbe dunque solo una nuova prova di una ignoranza abissale se questo figuro che l’ha detta non fosse un ministro della repubblica italiana, che ha giurato sulla Costituzione la quale proibisce la rinascita fascista. E quell’equiparazione è il ragionamento iniziale dei nuovi fascisti per avvalorare poi la loro volontà di ritorno. Quella equiparazione equivale ad una esaltazione del fascismo, equivale a un reato. Commesso con lo scopo miserabile di ottenere i voti fascisti e con il proposito di imitarne la scalata al potere esclusivo.

Rileggiamo dunque a questo ministro la motivazione della medaglia d’oro conferita a Roma per la lotta di liberazione su proposta della apposita commissione militare e consegnata ieri dalla ministra della difesa, esponente dell’altra parte del medesimo governo cui lui appartiene, motivazione che così conclude : “I partigiani, i patrioti, la popolazione tutta riscattarono l’Italia dalla dittatura fascista e dalla occupazione nazista”. Il riscatto da una dittatura e dalla svendita dell’Italia agli occupanti nazisti, questa fu la Resistenza!

La motivazione parla di Roma ma, mutando i nomi, vale per tutta l’Italia oppressa che si ribellava. C’era un “nemico sanguinario e oppressore” da combattere e Roma lo contrastò “per 271 giorni con sofferenze durissime” e si citano insieme la battaglia di Porta san Paolo e il “martirio delle fosse Ardeatine e di Forte Bravetta”; il “rastrellamento degli ebrei” e le “temerarie azioni della guerriglia partigiana”; la “stoica sopportazione delle più atroci torture a via Tasso” e le “indiscriminate esecuzioni” giunte sino, bisogna aggiungere, alla strage delle donne sul “Ponte di ferro” per un pezzo di pane strappato nell’assalto ai forni che rifornivano gli occupatori.

Era questa la conclusione di un regime che sopprimeva la libertà in nome dello spirito guerriero e di conquista suscitato e alimentato dal nazionalismo e dall’idea della superiorità dei bianchi, anzi degli ariani, con l’inimicizia verso tutti gli altri e l’odio razzista verso gli ebrei, verso i rom, oltre che verso tutti gli oppositori politici e morali. Il risultato fu lo scatenamento nazista con l’accodamento fascista della seconda guerra mondiale. Lutti infiniti, rovine immani, miseria e fame.

I disertori del 25 aprile, e molti con loro, dicono che tutti i caduti sono da considerare moralmente uguali perché tutti caddero per il loro ideale. Ma questa è una falsificazione della verità. Bisogna avere la medesima pietà per tutti i morti come noi antifascisti abbiamo. Ma ciò non vuol dire la dimenticanza dei torti e delle ragioni. C’è chi è morto per difendere o affermare la tirannide e chi è morto per instaurare la libertà.

Tuttavia dobbiamo chiederci come sia possibile che la reale consistenza del regime fascista e la sua catastrofica conclusione sia stata dimenticata da tanti. Certamente il tempo che passa affievolisce i ricordi. Ma non è solo per il tempo che vi è chi oggi rivaluta il fascismo.

Ci fu un errore anche in noi vecchi, anche nelle forze democratiche più avanzate. Fu sbagliato considerare che la Resistenza fosse stato un lavacro della nazione. Si pensò che il disastro era stato così enorme che la lezione valesse per sempre. Non era così. Permanevano nel fondo sentimenti ancestrali che il fascismo aveva saputo mobilitare: l’ostilità contro i diversi per il colore della pelle, per la fede religiosa, per le tendenze sessuali, permaneva il patriarcato e il maschilismo.

Il razzismo non è cosa nuova ma ha radici antiche: per quasi due millenni gli ebrei sono stati definiti dai cristiani il popolo deicida e fin dai tempi della conquista dell’Africa e poi delle Americhe, i neri, gli indiani, gli indios sono stati considerati inferiori ai bianchi o schiavi dei bianchi… Solo alla metà dell’800 fu abolita la schiavitù negli Stati Uniti e ci volle una guerra civile per affermare la parità nei diritti, ma ancor oggi i suprematisti uccidono… I gay sono stati perseguitati per secoli, Oscar Wilde, ricordate?, patì la prigione… E i più non conoscono la verità scientifica che dice: le razze non esistono, il diverso colore della pelle non implica diversità razziale. siamo tutti egualmente della specie sapiens sapiens (sebbene i fascisti se lo dimentichino)… E le differenze sessuali non sono una colpa o una “malattia” o un capriccio…

E per ciò che riguarda il maschilismo e il patriarcato ancora oggi vi è chi pensa da noi e altrove – come mi disse qualcuno che era un onesto lavoratore – che tutti i guai sono incominciati quando si è venuta affermando l’idea della emancipazione femminile, della liberazione della donna. Le donne dovrebbero essere solo madri e casalinghe, come una volta… Ma senza il lavoro femminile il mondo crollerebbe, e questa affermata superiorità maschile negli affari pubblici ha portato solo a un mondo di folle competizione e di guerre… si vorrebbe che le donne tornassero a subire, ma la loro rivoluzione è in atto… Non più la imitazione dell’uomo, ma la valorizzazoione della differenza e l’autorità femminile…..

Nelle crisi gravi, quando i disagi economici colpiscono le classi lavoratrici e il ceto medio, le forze economicamente dominanti possono sempre fare appello ai preconcetti ancestrali per riversare sui “diversi” le loro colpe, per attaccare il “permissivismo” democratico, per contrastare l’avanzamento dei diritti civili, per alimentare il mito dell’uomo forte che tutto risolverà e per conquistare in tal modo le coscienze popolari.

Ci fu sottovalutazione di questo permanente pericolo. Ma, oltre a ciò, ben presto iniziò una campagna di denigrazione della Resistenza, di processi a partigiani spesso per atti di guerra e talora per delitti mai commessi cui si aggiunse una strisciante opera di rivalutazione del fascismo per ciò che aveva fatto nel tempo tra gli iniziali delitti e le criminali guerre.

Un’opera di rivalutazione che ignorava il fatto che quel regime non unicamente nelle sue conclusioni disastrose ma in tutto il suo svolgimento fu fallimentare. Fu tale da lasciare in eredità non solo un paese distrutto ma terribilmente arretrato, un paese agricolo industriale quando questa fase era già stata superata da gran tempo altrove, un paese dove si insegnava con testi scolastici di stato, dove ogni apertura alle altre culture era vista con sospetto, dove gli studi universitari erano per pochi e patrimonio prevalente dei più agiati, dove il nazionalismo e le pretese imperiali nascondevano la indigenza e la miseria diffuse.

Tuttavia, l’utilizzazione delle paure ancestrali verso i ”diversi” per colore della pelle, per tendenze sessuali, per differenze di fede religiosa non avrebbe potuto essere così notevole come provano i sondaggi senza una responsabilità grave delle forze democratiche e di quelle che si dicono di sinistra. La responsabilità di avere ignorato i disagi crescenti a causa della crisi economica dovuta al corso economico neo liberista di cui anche la sinistra moderata era stata succube artefice. Le periferie sono state abbandonate, le sezioni dei partiti democratici scomparse, si credeva che bastassero le comparse televisive e la partecipazione ai poteri pubblici…E i problemi reali creati dalle migrazioni sono stati troppo spesso ignorati, il sindaco di Riace è stato lasciato solo, non si è denunciato a sufficienza il neo colonialismo che ha scatenato guerre come in Iran, in Siria, in Libia, non si è lottato per avere un grande piano dell’Europa e dei paesi ricchi per i paesi africani: la elemosina dei pur migliori tra i capitalisti americani, come Bill Gates o Warren Buffet, non basta…

Guai a noi e alla democrazia se le forze più democratiche non comprendono i disagi economici e i sentimenti delle classi lavoratrici e popolari, se indulgessimo all’abitudine sbrigativa e sbagliata di dare del razzista a tutti coloro che non capiscono di essere trascinati in una guerra tra poveri in cui gli unici vincitori saranno i poteri del grande capitale e dei loro servitori…

Se ci sono giovani che si volgono verso nostalgie fascistiche ciò accade sia perché si è voluto deliberatamente ignorare, in nome di una malintesa pacificazione nazionale, di insegnare la storia reale del nostro paese ma anche e soprattutto perché le giovani generazioni sono state le più penalizzate dalla crisi. Le cifre della disoccupazione giovanile soprattutto al sud sono paurose. E il lavoro precario, mal pagato, privo di tutele e garanzie prevale tra il giovani. Non c’è avvenire e non c’è speranza.

Tra i giovani può avanzare l’ideologia che dice: il socialismo è fallito, la democrazia è fallita, facciamo piazza pulita, imbocchiamo una strada nuova tutta nostra. Solo i gruppi dirigenti ideologizzati sanno che la strada nuova è quella vecchia. Ciò che viene presentato ai giovani su cui si punta per farne dei quadri o dei seguaci delle formazioni neo fasciste o del populismo di estrema destra è un misto di nazionalismo razzista (l’Italia umiliata da una democrazia succube, le aziende italiane vendute agli stranieri, gli italiani sommersi dagli immigrati ecc) e di rivoluzionarismo di pseudo sinistra (contro l’americanismo di facciata, confusione tra governo Netanyahu ed ebrei, misure di socialità ecc). Ezra Pound fu tipico di questa ideologia: pensando di essere un rivoluzionario antiborghese coprì le più atroci infamie naziste e fasciste.

A chi rivendica la democrazia diretta contro la democrazia rappresentativa occorre ricordare che quando fu cancellata la democrazia rappresentativa in nome dei consigli degli operai e dei soldati, furono alla fine esautorati i consigli, trionfò la burocrazia e questa si fece padrona. E a chi esalta il nazionalismo come amor di patria bisogna spiegare che l’amore per il nostro paese fu quello della Resistenza che riscattò l’onore dell’Italia trascinato nel fango dal fascismo. L’amore per la propria terra è il contrario del nazionalismo che predica l’inimicizia verso gli altri o, peggio, predica l’odio razziale. Non c’è amore per l’Italia se non c’è lo sforzo continuo di far vivere e rinnovare la nostra cultura nel dialogo con gli altri. Il nazionalismo sciovinista è stato causa di conflitti infiniti e di due guerre europee divenute mondiali.

L’Europa è stata fatta innanzitutto per garantire la pace. E coloro che vanno predicando, come fanno gli emuli di quello Steve Bannon cacciato persino da Trump, la ripresa degli antichi costumi – l’antifemminismo, la lotta contro i diritti civili delle donne e degli uomini, contro tutti i “diversi”, la chiusura in se stessi – vogliono soltanto farsi padroni, vogliono tornare alla dittatura delle classi dominanti in nome del populismo. Il populismo di Trump vuol dire meno tasse ai miliardari. E i Salvini nostrani vogliono la tassa piatta per sgravare i più ricchi.

Non è faziosità di parte ricordare che in questo mondo dove comandano i più ricchi, i padroni delle multinazionali, i petrolieri, quello che in sintesi si chiama il grande capitale, l’enorme accumulo di merci non ha risolto il problema della infinita miseria di miliardi di donne e di uomini, anzi ha esasperato la differenza abissale tra ricchi e poveri e ha creato un disastro ambientale che compromette le sorti dell’umanità…

Le basi del fascismo furono e sono nella tendenza autoritaria che le classi dominanti mettono in campo ogni volta che vengano messe in discussione le basi del loro potere. Perciò si fomentano le paure antiche, la creazione di falsi nemici del popolo, l’ostilità verso il parlamento (tutti ladri, tutti imbroglioni…) per conquistare l’opinione comune. E oggi i mezzi di persuasione di massa e le comunicazioni in tempo reale rendono estremamente più facile formare le opinioni per chi ne ha i mezzi. Oggi Trump non ha bisogno di radunare le masse in piazza, può parlare tutti i giorni ai suoi seguaci, o anche più volte al giorno se lo vuole.

Ci vuole una grande battaglia culturale se non si vuole che la piaga si diffonda. Ma per combattere culturalmente bisogna contemporaneamente essere dentro i problemi reali delle persone. Non è sufficiente sostenere i sacrosanti diritti civili, bisogna occuparsi dei diritti sociali, stare vicino a chi è a disagio e a chi soffre. Bisogna farsi missionari dell’azione concreta contro le difficoltà quotidiane delle lavoratrici e dei lavoratori, dei penultimi e degli ultimi. Altrimenti nessuno ascolterà le nostre argomentazioni in difesa della democrazia.

E ci vuole l’esempio. Ha ragione il presidente della Repubblica. La Resistenza fu un secondo Risorgimento e una rivolta morale. Un secondo Risorgimento perché vi parteciparono in prevalenza, diversamente dal primo, la classe operaia, i braccianti e i contadini, donne e uomini delle classi chiamate “subalterne”. E si dimostrò vincente perché fu unitaria. La rottura dell’unità antifascista nel mondo e in Italia portò solo tensioni e lacerazioni, anziché un reciproco influsso e un reciproco miglioramento tra paesi diversi od opposti…

E fu una rivolta morale in nome della libertà ma, insieme, della giustizia sociale. Perciò quando si grida Resistenza ora e sempre come anche voi fate, bisogna sapere che non si rende solo onore al passato ma ci si impegna a battersi qui ed ora per la libertà e per la difesa della democrazia costituzionale, e , insieme, per la giustizia sociale, per l’eguaglianza, contro lo sfruttamento, per un mondo migliore.

06 – L’INVECCHIAMENTO NON FRENA LA CRESCITA. SPESSO LE ECONOMIE CON MOLTI LAVORATORI ANZIANI CRESCONO POCO. MA NON DEV’ESSERE PER FORZA COSÌ. BASTEREBBE UNA MAGGIORE APERTURA VERSO L’IMMIGRAZIONE E LE TECNOLOGIE
Per la prima volta nel mondo il numero di persone di più di 65 anni supera quello dei minori di cinque anni. Secondo Torsten Slok, un economista della Deutsche Bank, tra vent’anni il rapporto sarà di due a uno. Questa tendenza è preoccupante per una serie di motivi, dall’aumento dei costi delle pensioni al rallentamento della crescita. L’invecchiamento mondiale è inevitabile, ma i suoi effetti negativi sull’economia no. Se le società con più anziani crescono di meno, forse è perché preferiscono la tradizione familiare al dinamismo. Con l’aumento del numero di anziani, i governi tendono a trascurare le politiche espansive basate su investimenti pubblici nella scuola e nelle infrastrutture, privilegiando le pensioni e l’assistenza sanitaria. Per bilanciare l’aumento dei pensionati, i lavoratori pagano
tasse più alte. Ma il colpo più duro alla crescita arriva dal calo della produttività. Uno studio pubblicato nel 2016 ha esaminato i dati di alcuni stati americani, rilevando che un aumento del 10 per cento delle persone con più di sessant’anni riduce di mezzo punto percentuale il tasso di crescita del pii prò capite. Due terzi di questo calo sono dovuti alla minore produttività.
Qualcuno potrebbe pensare che i lavoratori più anziani siano meno produttivi. Ma non è così. Anche se alcune abilità (soprattutto) fisiche) si riducono con l’età, l’effetto complessivo non è determinante. Uno studio del settore manifatturiero tedesco pubblicato nel 2016 non ha evidenziato alcun calo sensibile nella produzione dei lavoratori con più di sessant’anni.
Tra l’altro le aziende possono cambiare le mansioni dei dipendenti più anziani per sfruttare al meglio i vantaggi dell’età, come l’esperienza e i contatti professionali. Inoltre, se la crescita debole della produttività fosse legata al rendimento ridotto dei lavoratori anziani, questo dovrebbe riflettersi nell’andamento salariale: gli stipendi tenderebbero ad aumentare all’inizio della carriera e a ridursi verso la fine. Ma secondo uno studio di Moody’s Analytics, nelle
aziende con molti lavoratori anziani gli stipendi sono più bassi per tutti. Gli autori ipotizzano che queste aziende impieghino meno le nuove tecnologie vista l’età avanzata dei dipendenti.
Se le difficoltà delle economie che invecchiano rapidamente fossero dovute alla crescita lenta della forza lavoro e al rapido aumento dei costi pensionistici, la scelta sensata sarebbe tenere le persone al lavoro, per esempio alzando l’età pensionabile. Se invece il problema nasce dalla riluttanza ad adottare le nuove tecnologie, è necessario fissare obiettivi diversi, a cominciare dall’aumento della competitività. Negli Stati Uniti l’aumento della concentrazione industriale e i profitti costantemente alti hanno rinnovato l’interesse per le regole antitrust. I vantaggi legati allo spezzettamento delle grandi aziende e all’aumento della competitività potrebbero essere maggiori di quanto si pensa, perché a quel punto le aziende più “vecchie” e conservatrici sarebbero spinte a fare un uso migliore delle nuove tecnologie.
Sempre più conservatori
Altre misure potrebbero essere utili: per esempio, favorire l’immigrazione. Un flusso di giovani lavoratori stranieri risolverebbe quasi tutti i problemi derivanti dall’invecchiamento della popolazione. In questo modo non solo si amplierebbe la forza lavoro e il numero dei contribuenti, ma ci sarebbero anche più aziende giovani con una maggiore apertura alle nuove tecnologie. Ma le società con molti lavoratori anziani hanno anche molti elettori anziani, che in media sono più conservatori e meno favorevoli all’immigrazione. Davanti alla scelta tra una società dinamica ma poco familiare e una familiare ma statica, i paesi più vecchi tendono a preferire la seconda.
Ma è probabile che prima o poi sia la tecnologia a superare l’effetto paralizzante dell’invecchiamento. In uno studio Daron Acemoglu, del Massachusetts institute of technology, e Pascual Restrepo, dell’Università di Boston, hanno riscontrato che la carenza di lavoratori giovani porta le aziende a investire di più nell’automazione, che a sua volta favorisce la produttività. I robot non hanno ancora rivoluzionato i servizi e altri settori, ma le cose potrebbero cambiare. Il mondo avrebbe bisogno subito di un po’ di produttività e flessibilità. Ma la stagnazione finirà prima o poi, magari quando i robot diventeranno dirigenti.

07 – LA GENERAZIONE DERUBATA. I RAGAZZI FANNO BENE A SCENDERE IN PIAZZA PER DIFENDERE LA TERRA. BISOGNA VIETARE I COMBUSTIBILI FOSSILI E PASSARE A UN’ECONOMIA CIRCOLARE IN CUI NIENTE SI DISTRUGGE, SCRIVE MONBIOT RAGAZZI CHE SCENDONO IN PIAZZA HANNO RAGIONE: GLI STIAMO RUBANDO IL FUTURO. L’economia è un sistema piramidale con conseguenze ambientali che ricadono sui ragazzi e sui bambini che nasceranno. La crescita di questo modello è basata sul furto intergenerazionale.
Al cuore del capitalismo c’è un presupposto: chiunque abbia denaro ha il diritto di accaparrarsi le risorse del pianeta. È possibile comprare la terra, l’atmosfera, i minerali, la carne e il pesce senza preoccuparsi di chi rimarrà senza. Basta pagare per avere catene montuose e pianure fertili. Chiunque può bruciare tutto il combustibile che vuole. Ogni sterlina o dollaro garantisce un diritto sulla ricchezza naturale del mondo.
In base a quale principio il conto in banca dà un diritto a possedere il pianeta? La giustificazione classica risale al Secondo trattato sul governo di John Locke, del 1689. Per Locke il diritto a possedere le risorse naturali si acquisisce con il lavoro: i frutti raccolti, i minerali estratti e i terreni arati diventano proprietà esclusiva di chi ci lavora. La sua teoria fu ampliata nel settecento dal giurista William Blackstone, secondo cui il diritto di un uomo al “controllo esclusivo e dispotico” della terra è attribuito a chi la occupa per primo per produrre cibo. Quel diritto può poi essere ceduto in cambio di denaro.

ANNO ZERO
È questo il principio fondante del nostro attuale sistema economico. E non ha alcun senso. Tanto per cominciare ipotizza un arbitrario anno zero in cui chiunque può occupare un pezzo di terra e rivendicarlo come suo. Locke usò l’America come esempio di territorio vergine su cui affermare i propri diritti. In realtà, come ammise Blackstone, questo diritto era basato sullo sterminio dei nativi americani. I coloni non si limitavano a cancellare i diritti precedenti, ma anche quelli futuri. Con i loro discendenti acquisivano il diritto a possedere la terra a tempo indeterminato, fino all’eventuale decisione di venderla. In questo modo s’impediva ai
futuri pretendenti di ottenere le risorse naturali nello stesso modo. E non è tutto. Il “tuo” lavoro è spesso svolto da altri. Non dovrebbero essere loro ad acquisire il diritto? A quanto pare Locke non pensava ai diritti di tutti, ma solo a quelli dei possidenti europei. Comunque sia, cosa c’è di cosi magico nel lavoro da trasformare tutto ciò che tocca in proprietà privata? Perché non affermare allora che la ricchezza naturale è di chi ci fa la pipì sopra? Le argomentazioni a difesa del nostro sistema economico sono deboli e insensate. Una volta smontate, rimane una struttura basata sul saccheggio, ai danni di altre persone, di altri paesi, di altre specie e del futuro.
Eppure i ricchi si arrogano il diritto di comprare risorse naturali da cui tutti dipendiamo. Locke avvertì che la sua teoria funzionava solo se restavano sufficienti beni in comune per gli altri. Ma è evidente che oggi i beni in comune sono insufficienti. Chi si accaparra le risorse le sottrae agli altri.
È impossibile rendere equo l’attuale sistema. E allora come sostituirlo? Penso che il principio fondante di un nuovo sistema debba essere che chi non è ancora nato ha, quando viene al mondo, gli stessi diritti di chi è già in vita. Niente di nuovo: l’articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti umani stabilisce che “tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. Purtroppo la dichiarazione non aggiunge che nessuna generazione ha il diritto di derubare quella successiva. L’articolo mancante potrebbe essere questo: “Ogni generazione ha uno stesso diritto a godere della ricchezza naturale”.
Bisognerebbe stabilire che lo sfruttamento delle risorse rinnovabili non può essere più rapido della loro rigenerazione, e vietare lo sfruttamento di quelle non rinnovabili che non siano riciclabili. Questo implica due cambiamenti epocali: il passaggio a un’economia circolare in cui niente si distrugge e la fine dei combustibili fossili.
Per quanto riguarda la proprietà della terra, in un mondo densamente popolato come l’attuale, l’articolo 17 della dichiarazione è contraddittorio. Dice che “ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà personale”, ma non introduce limiti e quindi non garantisce il diritto a tutti.
Il dibattito pubblico dovrebbe essere incentrato su questi temi. Per impedire la distruzione dell’ambiente e il crollo del sistema dobbiamo rimettere in discussione le nostre convinzioni più profonde. ( George Monbiot, The Guardian, Regno Unito)

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