19 04 27 NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL ESTERO ED ALTRE COMUNICAZIONI.

1 – 25 aprile, Mattarella: la storia non si riscrive. Salvini: festa non solo dei comunisti. Per Il presidente Mattarella in vista delle celebrazioni del 25 aprile incontra le associazione dei combattenti: “Un vero secondo risorgimento”.
2 – I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche”
3- Con il premio nascosto, il Rosatellum aiuterà i sovranisti. Voto anticipato. L’effetto maggioritario dei collegi uninominali può consegnare il paese a una coalizione di destra-destra riunita attorno alla Lega
4 – Warren chiede l’impeachment per Trump. American psycho. Ma in Senato non ci sono i numeri. I democratici si dividono sull’opportunità.
5 – Saviano: Salvini anti-mafia? La storia della Lega è una storia di comprovata complicità . Roberto Saviano all’attacco di Matteo Salvini in occasione del 25 aprile: Il ministro ha chiarito da che parte sta.
6 – C’è solo un presidente. Liberiamoci. Da Vittorio Veneto Mattarella declina al presente il 25 aprile. Salvini si corregge (poco): oggi è un giorno di pace. Ma Di Maio lo attacca. Il capo dello stato: «Quando i popoli barattano la libertà con promesse di ordine, finisce in tragedia». Conte non trova le parole sulle liti nel governo: «È un giorno di festa, non facciamo polemiche»,
7 – Se siete i nuovi partigiani, fate cadere il governo. Credete nei Cinque stelle neo resistenti?
8 – Cuba è sotto attacco: «Fermate Trump, prima che sia troppo tardi».
9 – Al voto la Spagna del 2019. Elezioni decisive per il futuro.

 

1 – 25 APRILE, MATTARELLA: LA STORIA NON SI RISCRIVE. SALVINI: FESTA NON SOLO DEI COMUNISTI. PER IL PRESIDENTE MATTARELLA IN VISTA DELLE CELEBRAZIONI DEL 25 APRILE INCONTRA LE ASSOCIAZIONE DEI COMBATTENTI: “UN VERO SECONDO RISORGIMENTO”. ROMA – In attesa dei festeggiamenti del 25 aprile, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha incontrato al Quirinale le associazioni dei combattenti lanciando un chiaro messaggio anche alle generazioni future: “I giovani facciano propri i valori costituzionali – sottolinea il Capo dello Stato riportato dal sito di Repubblica – la festa del 25 aprile ci stimola a riflettere come il nostro Paese seppe risorgere dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Un vero e proprio Risorgimento in un Paese materialmente distrutto e gettato nello scompiglio dal regime fascista nemico e da quello monarchico“. L’inquilino del Quirinale si è soffermato anche sul significato storico di questa giornata: “Conoscere la tragedia in cui il ricordo è ancora vivo – precisa – ci aiuta a comprendere le tante sofferenze che si consumano alle porte dell’Europa che coinvolgono popoli a noi vicini. Domani in moltissime città verranno ricordati gli uomini, le donne, i civili e i militari. La storia non deve essere riscritta“. Sergio Mattarella (fonte foto https://www.quirinale.it/elementi/26281) 25 aprile, la reazione della politica: da Salvini a Zingaretti Dopo le polemiche dei giorni scorsi, la vigilia del 25 aprile è stata ricca di dichiarazioni da parte dei politici. Il ministro dell’Interno Salvini ha sottolineato: “Mi aspetto rispetto perché è la festa di tutti e non solo dei comunisti. Poi ognuno può festeggiarla dove gli pare“. Dalla Sicilia Nicola Zingaretti dice la sua sulla giornata di domani: “Non ironizziamo troppo su questa festa altrimenti si mette in discussione la storia. Io sarò a Milano perché da tutti devono tenere le orecchie aperto e soprattutto scendere per le strade a ricordare che la storia non si ripropone mai nelle stesse forme ma rischia di ritornare se non si sta attenti“. Di seguito il video con le dichiarazioni del presidente Mattarella
Continua su: https://newsmondo.it/dichiarazioni-mattarella-25-aprile-2019/politica/?utm_source=welcoming&utm_medium=newsletter&utm_campaign=news-mondo

 

2 – I DATI SONO UN OTTIMO MODO PER ANALIZZARE FENOMENI, RACCONTARE STORIE E VALUTARE PRATICHE POLITICHE”
• – 4, i punti di distanza tra il tasso di occupazione italiano nel 2018 e il target nazionale 2020. Il primo obiettivo della strategia Ue per la crescita è il conseguimento di un tasso di occupazione del 75% entro il 2020. Questo target generale è stato tradotto dagli stati in target nazionali, individuati in base alle rispettive situazioni economiche e sociali di partenza.
• 63% , il tasso di occupazione dell’Italia nel 2018.Dall’inizio della recessione nel 2008, il tasso di occupazione in Italia si è ridotto di anno in anno, fino a raggiungere nel 2013 il livello più basso del decennio. Dall’anno successivo, ha invece preso il via un aumento costante dell’occupazione, che nel 2018 è tornata al livello pre-crisi. Persistono tuttavia profonde differenze regionali e difficoltà per donne e giovani ad accedere al mondo del lavoro.
• 35, i punti di differenza tra il tasso di occupazione di Bolzano e quello della Sicilia nel 2018.In Italia esistono gravi disparità tra le regioni del paese e il tasso di occupazione non costituisce un’eccezione. Nel 2018, tutte le regioni del nord hanno una percentuale di lavoratori superiore al 63%, mentre le regioni del sud presentano i tassi di occupazione più bassi del paese.
• 28, i punti di divario occupazionale tra padre e madre in Italia nel 2017.La disparità uomo-donna nel livello di partecipazione al mercato del lavoro è ancora elevata in tutta Europa. Il divario di genere a livello di occupazione dipende in gran parte dal fatto che le responsabilità di assistenza nei confronti di altri individui, in particolar modo la genitorialità, spesso ricadono unicamente sulla donna e non sull’uomo.
• 23,4%, i neet in Italia nel 2018.Riguardo la situazione occupazionale giovanile, l’Italia presenta criticità maggiori rispetto a gran parte dei paesi Ue e non solo a livello lavorativo. È necessario sottolineare l’esistenza di un gruppo di giovani che, oltre a non essere occupati, non sono inseriti in un percorso di istruzione né di formazione.

 

3 – CON IL PREMIO NASCOSTO, IL ROSATELLUM AIUTERÀ I SOVRANISTI. VOTO ANTICIPATO. L’EFFETTO MAGGIORITARIO DEI COLLEGI UNINOMINALI PUÒ CONSEGNARE IL PAESE A UNA COALIZIONE DI DESTRA-DESTRA RIUNITA ATTORNO ALLA LEGA. A SALVINI BASTEREBBE IL 37% CHE GLI ASSEGNANO OGGI I SONDAGGI PER AVERE LA MAGGIORANZA ASSOLUTA ALLA CAMERA E AL SENATO. Senza Berlusconi
Sospinto dai sondaggi, in crisi di nervi per il rapporto con i 5 Stelle, tentato dalle elezioni anticipate, ha Salvini le carte in regola per puntare alla maggioranza assoluta alla camera e al senato, facendo a meno di Berlusconi? Vediamo cosa dicono i numeri.
Proprio gli ultimi sondaggi ci aiutano, perché stimano la Lega al 37% che è esattamente la percentuale conquistata da tutto il centrodestra alle elezioni del marzo 2018. Prendiamo per buona la previsione. E guardiamo allora ai risultati dell’anno scorso, partendo dalle elezioni per la camera dei deputati. Si può subito notare che al 37% di voti validi raccolto nelle urne dal centrodestra, corrisponde il 42,4% di seggi conquistati (262 su 618 in palio in Italia). Uno scarto positivo che si spiega con l’effetto maggioritario della legge elettorale cosiddetta «Rosatellum». I partiti o le coalizioni maggiori, infatti vincono un numero di sfide uninominali – quelle dove l’importante è arrivare primi – maggiore rispetto alla percentuale dei loro consensi proporzionali. Nel caso delle ultime elezioni, il centrodestra che è risultata la prima coalizione ha beneficiato di un +10% di seggi uninominali come premio maggioritario (ne ha vinti 111 invece di 85/86). Che è lo stesso 10% che ha specularmente perso il centrosinistra, la coalizione peggiore tra quelle che hanno conquistato seggi uninominali: solo 28 a fronte di quasi il 23% dei voti validi. Anche al senato, in misura attenuata visti i numeri ridotti, si è verificato lo stesso effetto maggioritario: con il 37,5% dei voti validi, il centrodestra ha conquistato il 50% dei collegi uninominali (e il 44% dei collegi totali assegnati in Italia).

A conti fatti, dunque, e aggiungendo i deputati e i senatori eletti dalle votazioni all’estero (che però nel complesso sono andate meglio per il Pd), al 37% del centrodestra mancavano 51 deputati per raggiungere la maggioranza assoluta alla camera e 23 senatori per raggiungerla al senato. È questo il gap che Salvini, immaginando la Lega al 37% come prevedono i sondaggi, deve colmare. Può farcela, senza Forza Italia?

Tentare oggi una risposta significa astrarre completamente dalla politica, dal modo in cui si aprirà la crisi e dalla conduzione della campagna elettorale. E non tenere neanche conto della data di queste possibili elezioni anticipate nel 2019. Che però è abbastanza facile da collocare al 20 o al 27 ottobre, dovendosi escludere lo scioglimento delle camere troppo presto in estate come troppo tardi in autunno (non ci sarebbe in questo caso il tempo per formare un governo e presentare la legge di bilancio). Restiamo quindi sul piano dei numeri e rispondiamo di sì: Salvini potrebbe colmare il gap e raggiungere la maggioranza per governare. Senza Forza Italia ma non da solo, in coalizione. Con una lista capace di superare lo sbarramento del 3% previsto dal Rosatellum e conquistare seggi, si tratta ovviamente di Fratelli d’Italia, oggi stimati sugli stessi livelli del marzo 2018 (4,6%). E in coalizione, ancora, con un’altra lista come quella che potrebbe nascere da una scissione di Forza Italia in grado di superare almeno l’1% e di contribuire (in virtù di un’altra regola del Rosatellum) all’assegnazione di seggi proporzionali alle liste alleate. In questo modo, conquistando sul campo il 44% dei voti, la coalizione di Salvini potrebbe in virtù del premio maggioritario implicito raggiungere il 55% dei seggi uninominali e il 49% di quelli proporzionali. Percentuali più che sufficienti ad afferrare la maggioranza assoluta sia alla camera che al senato. E formare un governo sovranista doc. Senza Berlusconi. ( di Andrea Fabozzi)

 

4 – WARREN CHIEDE L’IMPEACHMENT PER TRUMP. AMERICAN PSYCHO. MA IN SENATO NON CI SONO I NUMERI. I DEMOCRATICI SI DIVIDONO SULL’OPPORTUNITÀ, di Marina Catucci
Elizabeth Warren, la senatrice democratica del Massachusetts candidata alla Casa Bianca per il 2020, è il primo grosso nome del partito a chiedere alla Camera l’avvio della procedura di impeachment per Donald Trump.
«I ripetuti tentativi del presidente di ostacolare l’indagine sul Russiagate del procuratore speciale Robert Mueller – ha scritto Warren su Twitter – fa sì che tutti e due i partiti mettano da parte le loro differenze politiche e compiano il loro dovere costituzionale. Questo significa che la Camera dovrebbe iniziare le procedure per l’impeachment contro il presidente».
A questa conclusione era già arrivata la deputata democratica Rashida Tlaib la quale a fine mese scorso aveva presentato una mozione di impeachment e che ora altri suoi colleghi, tra cui Alexandria Ocasio Cortez, Ilhan Omar e Al Green (per dirne alcuni), hanno dichiarato di voler firmare.
La presidente democratica della Camera, Nancy Pelosi, invece ha più volte affermato di essere di parere contrario per non dividere ulteriormente un Paese già spaccato, ed ha esortato i compagni di partito a cacciare Trump dalla Casa Bianca con i programmi, battendolo alle urne che si apriranno tra 18 mesi.

Il procedimento di impeachment per compiersi ha bisogno dell’approvazione di Camera e Senato e per avere la maggioranza al Senato (al momento controllato dai repubblicani) servono i due terzi dei voti a favore. Con queste premesse pare molto difficile che ci possa essere un esito favorevole, e lo scenario che si configura è quello di una lunga battaglia alla fine della quale la mozione per l’impeachment di Trump naufragherebbe cozzando contro lo scoglio dei repubblicani.
La prospettiva di un boomerang politico si aggiunge alla preoccupazione per gli effetti di questo lungo processo su la polarizzazione del Paese, cavalcata da un presidente che ha più volte ricordato di avere dalla sua parte, a difenderlo, gli elettori «più tosti e duri», e che non esita a fare dei suoi oppositori il target della violenza della sua base, come ha dimostrato il caso di Ilhan Omar, bersaglio di minacce di morte da parte dei supporter del tycoon.

Il partito si trova ora al bivio riguardo quale strada abbracciare, e il rapporto Mueller di fatto rimanda al Congresso la decisione se agire o meno contro Trump, pur ricordando, a una cinquantina di pagine dalla conclusione, che impeachment o meno quando non sarà più presidente Trump potrà essere processato per ostruzione della giustizia.
Secondo l’ala più a sinistra del Partito democratico non agire contro Trump per un calcolo di convenienza politica sarebbe il messaggio che non si è uguali di fronte alla legge, ed intentare l’impeachment è un dovere etico e morale.
Intanto il presidente della Commissione giustizia della Camera, Jerrold Nadler, ha inviato un mandato di comparizione per il report di Mueller con scadenza il 1° maggio, affinché il Congresso possa accedere non solo alla sua versione integrale ma anche a tutte le prove che compongono il rapporto.

 

5 – SAVIANO: SALVINI ANTI-MAFIA? LA STORIA DELLA LEGA È UNA STORIA DI COMPROVATA COMPLICITÀ . ROBERTO SAVIANO ALL’ATTACCO DI MATTEO SALVINI IN OCCASIONE DEL 25 APRILE: IL MINISTRO HA CHIARITO DA CHE PARTE STA. Dalle colonne de la Repubblica, il noto scrittore Roberto Saviano torna a parlare di Matteo Salvini e lo fa affrontando un tema decisamente delicato: quello del atteggiamento del Ministro dell’Interno nei confronti del 25 aprile. L’autore di Gomorra, in uno slancio analitico, riesce poi a collegare alla sua riflessione anche il caso Siri e i Legami (alcuni provati altri presunti) della Lega con la criminalità organizzata. 25 aprile, Roberto Saviano contro Salvini: La scelta di citare i fazzoletti serve a rinnegare la storia della Repubblica italiana Nel suo intervento sulle colonne della Repubblica, Roberto Saviano ha criticato Matteo Salvini per la sua scelta di archiviare il 25 aprile come un derby tra ideologie politiche. “Questa dichiarazione di Matteo Salvini sul giorno della Liberazione è stata un atto di chiarezza: “Il 25 aprile non sarò a sfilare qua o là, fazzoletti rossi, verdi, neri, gialli e bianchi. Vado a Corleone a sostenere le forze dell’ordine nel cuore della Sicilia”. La scelta di citare i fazzoletti nei loro vari colori serve a rinnegare l’intera storia della Repubblica Italiana. La Resistenza è stata opera di gruppi socialisti, cattolici, comunisti, liberali, anarchici. Salvini ha chiarito definitivamente da che parte sta. Se pensiamo ai giganti che indossarono i fazzoletti – tra questi Ferruccio Parri, Luigi Longo, Sandro Pertini, Raffaele Cadorna, Joyce Lussu, Emilio Lussu – viene da compatire il nostro sventurato Paese, che li vede rinnegati ora da questo mediocre uomo senza qualità”. Roberto Saviano Roberto Saviano sul caso Siri Saviano, commentando la scelta di Salvini di recarsi a Corleone ha parlato anche del caso Siri e dei rapporti della Lega con la criminalità organizzata. “Tutta l’ansia di Salvini nell’accreditarsi come politico antimafia dipende dal fatto che politico antimafia non lo è per nulla perché la storia del suo partito è una storia di comprovata complicità”. “La Lega ha riciclato soldi grazie al faccendiere del clan De Stefano, e poi ci sono i rapporti mappati dell’inchiesta Crimine tra dirigenti leghisti e capi ‘ndrina e l’elenco è ancora lungo”.

 

6 – C’È SOLO UN PRESIDENTE. LIBERIAMOCI. DA VITTORIO VENETO MATTARELLA DECLINA AL PRESENTE IL 25 APRILE. SALVINI SI CORREGGE (POCO): OGGI È UN GIORNO DI PACE. MA DI MAIO LO ATTACCA. IL CAPO DELLO STATO: «QUANDO I POPOLI BARATTANO LA LIBERTÀ CON PROMESSE DI ORDINE, FINISCE IN TRAGEDIA». CONTE NON TROVA LE PAROLE SULLE LITI NEL GOVERNO: «È UN GIORNO DI FESTA, NON FACCIAMO POLEMICHE», di Daniela Preziosi da Il Manifesto.

«La storia insegna che quando i popoli barattano la propria libertà in cambio di promesse di ordine e di tutela, gli avvenimenti prendono sempre una piega tragica e distruttiva». Come aveva fatto alla vigilia del 25 aprile, anche ieri Sergio Mattarella si scosta dai discorsi di circostanza e pronuncia al presente il significato del 74esimo anniversario della Liberazione. Il presidente della Repubblica apre le commemorazioni ufficiali in mattinata con la deposizione della corona sulla tomba del Milite ignoto, a Roma. Al fianco ha il presidente del consiglio Conte, impegnato da ore in uno slalom fra i duellanti di governo Salvini e Di Maio. «Oggi è importante festeggiare» concede ai cronisti, perché la Liberazione «è la festa di tutti» e manda in bianco chi gli chiede del leader leghista che invece ha disertato le occasioni ufficiali per inaugurare un commissariato di polizia a Corleone. «È un giorno di festa, non facciamo polemiche», (non), risponde anche quando, con la sindaca Raggi e la ministra della difesa Trenta, va alle Fosse Ardeatine a rendere omaggio ai 335 trucidati nell’eccidio del 24 marzo ’44.

CONTE NON RIESCE a trovare le parole, neanche la Liberazione per lui vale il rischio di accendere altre polemiche nel suo esecutivo spaccato e in bilico. È invece Mattarella a parlare più esplicitamente del solito da Vittorio Veneto, dopo un bagno di folla che testimonia che è il capo dello stato la figura istituzionale di riferimento della giornata. È un 25 aprile particolare, fra striscioni inneggianti a Mussolini (Milano) e definizioni lunari che vengono dalle stesse istituzioni, come quella di Salvini per il quale «è un derby fascisti contro comunisti». Mattarella dice il contrario. La memoria è «un dovere morale e civile», gli eventi della Resistenza «compongono l’identità della nostra nazione da cui non si può prescindere per il futuro».

DESCRIVE COME IL PAESE si avviò al fascismo. «Nel ventennio non era permesso avere un pensiero autonomo, si doveva soltanto credere. Credere, in modo acritico e assoluto, alle parole d’ordine del regime, alle sue menzogne, alla sua pervasiva propaganda. Bisognava poi obbedire a ordini che impartivano di odiare: gli ebrei, i dissidenti, i Paesi stranieri. L’ossessione del nemico, sempre», l’uso della violenza. Poi ricorda come il paese si liberò e elenca, nel dettaglio, i protagonisti. Compone il romanzo corale della Liberazione. «Contadini, operai, intellettuali, studenti, militari, religiosi costituirono il movimento della Resistenza», «Azionisti, socialisti, liberali, comunisti, cattolici, monarchici e anche molti ex fascisti delusi» e i tanti militari che scelsero di finire nei campi di concentramento piuttosto che «l’onta di servire Salò». E ancora la resistenza civile di chi «offrì aiuti, cibo, informazioni, vie di fuga ai partigiani e a militari alleati, chi si prodigò per salvare la vita degli ebrei, rischiando la propria» Mattarella sceglie di unire il paese in una descrizione della comune «rivolta morale», apporto decisivo alla lotta partigiana. Una storia che insegna «oggi come allora» che « c’è bisogno di donne e uomini liberi e fieri che non chinino la testa di fronte a chi, con la violenza, con il terrorismo, con il fanatismo religioso, vorrebbe farci tornare a epoche oscure, imponendoci un destino di asservimento, di terrore e di odio». Che il presidente rappresenti, oggi più che mai, l’unità della nazione si vede persino in rete dove l’ hashtag #Mattarella diventa trend topic di twitter.

LA STORIA INSEGNA, MA NON tutti studiano. E per gli alleati litiganti del governo è solo l’occasione per marcare distinguo. La Lega non partecipa alle commemorazioni. Solo un candidato alle europee fa mostra di sé all’appuntamento della comunità ebraica di Roma, alla sinagoga di Via Balbo. Matteo Salvini è a Corleone, da dove tenta di non re infilarsi nei guai. «Mi sono imposto a non rispondere a polemiche e provocazioni, è la giornata della pace», dice poi in un comizio a Bagheria. Ma all’indirizzo del locale sindaco pentastellato scocca: «L’onestà è importante ma all’onestà va accompagnata la capacità».

PRIMA, DA VIA BALBO, Di Maio aveva sparato contro di lui ad alzo zero scoprendosi partigiano per l’occasione. «Parola d’ordine ’unione’ sui nostri valori fondanti, sulla Costituzione e sui nostri nonni che ci hanno liberato», aveva detto, «Divide chi non vuole festeggiarlo». Ma dalla Resistenza alla resistenza del sottosegretario Siri è un attimo. «Si deve dimettere e se non lo fa chiederemo a nome del governo di farlo, anche al presidente del Consiglio», sibila, «Puoi anche andare a Corleone a dire che vuoi liberare il Paese dalla mafia, ma per farlo devi evitare che la politica abbia anche solo un’ombra legata a inchieste su corruzione e mafia.

 

7 – SE SIETE I NUOVI PARTIGIANI, FATE CADERE IL GOVERNO. CREDETE NEI CINQUE STELLE NEO RESISTENTI?
Lucia Annunziata Direttore, Huffpost Italia
Benvenuti, nuovi Partigiani: il Presidente Conte, il Vicepremier Luigi di Maio, la sindaca Raggi, e un buon numero di ministri M5s. Sono stati con la loro presenza e parole, i veri protagonisti di questo giorno fondativo della Repubblica Italiana, il 25 aprile.
Il Presidente del Consiglio Conte, al fianco del Presidente della Repubblica, ha ricordato, in una intervista a Repubblica, che “non è il giorno in cui è prevalsa una ideologia rispetto a un’altra, una fazione politica rispetto a un’altra”, piuttosto “è la data da cui origina l’affermazione dei valori della libertà, della dignità, della democrazia, della pace”.
La sindaca Raggi, apparsa istituzionalmente impeccabile, nonostante alcune contestazioni, ha condannato con chiarezza ogni ambiguità attuale nei confronti del neofascismo ricordando in varie interviste che lei da tempo chiede la chiusura di Casa Pound.
Il Vicepremier Di Maio si è unito invece, con folta delegazione di suoi ministri, alla comunità ebraica per onorare i caduti della brigata ebraica durante la Resistenza, alla sinagoga di Via Balbo. E dopo ha raggiunto per identica celebrazione i poverelli di San Francesco alla Basilica di Assisi.

Parole e opere che, nella loro dissonanza da quelle sulla Resistenza del loro alleato Vicepremier Matteo Salvini, hanno aiutato il paese, e in particolare tutta l’opinione democratica, a sentirsi rassicurata. I Pentastellati guadagnano così patente piena di difensori della democrazia, contro l’onda nera che minaccia l’Italia e l’Europa.
Ok. Ho fatto il riassunto della versione ufficiale che gira intorno a questo 25 aprile. La domanda è: ci credete?
Naturalmente, non mi permetterei mai di parlar male di chiunque onori la Resistenza. Anzi, ogni voce che si aggiunge è benvenuta. Ma in questo caso, è impossibile non avere qualche dubbio sulla serietà di questo “improvviso” sfoggio di antifascismo. Applicando infatti ai 5S il metodo da loro portato in politica, cioè l’analisi del sangue delle intenzioni, il loro antifascismo di queste ore non regge.
Val la pena dunque ricordare qui alcuni dei passaggi attraverso cui si è costruita nei mesi scorsi la identità politica – e quale identità! – di questo governo.
Torniamo indietro di pochi mesi, torniamo a novembre scorso, il 27 esattamente, quando, con un applauso di gioia, viene approvato Il Decreto Sicurezza, approvato, dopo il Senato, alla Camera con 396 sì e 99 no. Approvato dunque da Lega, Cinque stelle insieme a Fratelli d’Italia e Forza Italia. E’ uno dei gioielli della corona del Salvinismo, abolisce la protezione umanitaria e chiude gli SPRAR, che è il vero colpo alla integrazione, rilasciando per altro sul territorio senza sistemazione migliaia di immigranti. Altro che maggiore Sicurezza!

L’attuale nuovo partigiano Giuseppe Conte twitta orgoglioso alle 22.18: “Il decreto sicurezza è stato definitivamente approvato alla Camera dei Deputati. Un altro pezzo del contratto di governo è stato realizzato. Abbiamo assunto precisi impegni di fronte agli italiani e continueremo a rispettarli. Proseguiamo così.”
La nuova legge è tuttavia solo un altro passo di un percorso salviniano verso la ristrutturazione di quello che si potrebbe chiamare l’habeas corpus della nostra Repubblica. Il 28 Marzo di quest’anno diventa legge anche la Legittima Difesa, con 201 sì, 38 no e 6 astenuti. E’ subito ribattezzata “Legge del turbamento”, perché non può essere punito “chi ha agito perché turbato dalla situazione.” Il nuovo dispositivo introduce in Italia il principio che la difesa è sempre legittima.
Si amplia così in maniera infinita il campo dell’impunità per gli omicidi in nome della difesa.
La Associazione Nazionale Magistati ( Anm) boccia il provvedimento “la nuova legge sulla legittima difesa non tutelerà i cittadini più di quanto erano già tutelati fino ad oggi. Al contrario introduce concetti che poco hanno a che fare con il diritto, prevede pericolosi automatismi e restringe gli spazi di valutazione dei magistrati, oltre a portare con sé grandi difficoltà di interpretazione: tutto ciò significa che tutti saranno meno garantiti”. Ancora oggi il provvedimento giace sul tavolo di Mattarella senza firma finale.
E’ il percorso trionfale di Matteo Salvini che stiamo raccontando. Ma non lo capiremmo se non tornassimo indietro al momento formativo della sua forza, il caso Diciotti, la nave della Guardia Costiera Italiana che raccoglie nella notte fra il 14 e il 15 agosto un barcone proveniente dalla Libia con a bordo 190 migranti, e arriva poi a Messina con 177 di questi, il 20 agosto. I drammatici 5 giorni che seguono li ricordiamo tutti – il ministro dell’Interno non dà il permesso ai migranti di sbarcare, il braccio di ferro con l’Europa, infine lo sbarco. E poi la messa sotto inchiesta di Salvini per sequestro di persona, , arresto illegale e abuso d’ufficio.
Fu quello un momento decisivo. Il governo poteva cadere, e il ministro rischiava dai 3 ai 15 anni di carcere. Lo scontro sui principi in quel momento si fece forte e anche chiaro. Ma gli alleati M5S lo difesero, autodenunciandosi come governo tutto, dichiarandosi partecipi delle scelte del ministro degli Interni. Il 20 marzo l’aula vota contro il processo a Salvini.
Riepiloghiamo, dunque le date: 27 novembre 2018 (decreto sicurezza), 20 marzo (no al processo a Salvini), 28 marzo (legittima difesa). Siamo lontani poche settimane, dalla approvazione di un sistema di leggi e di protezioni politiche che hanno cambiato drasticamente le base della nostra Repubblica. Diventata grazie a questi provvedimenti la casa di un governo conservatore, protervo, che ha legittimato un vero e proprio Far West sociale prima ancora che legale, colpendo al cuore ogni parità di diritto.
Il tutto con la piena, felice, e volontaria concordia fra Salvini e Di Maio, e Conte; fra Lega e Cinquestelle. Come sono arrivate da questa concordia autoritaria alla attuale difesa alla celebrazione della Resistenza, le attuali anime belle pentastellate?
Lo sappiamo. E’ una giravolta fondata sui numeri dei poll, sulle sconfitte alle regionali e il dissanguamento dei consensi interni della famosa maggioranza del 33 per cento di solo un anno fa. I Pentastellati hanno cominciato a perdere quota nell’elettorato generale rispetto a Salvini, e hanno malamente sbagliato anche l’applicazione della loro (forse unica) idea che doveva dargli grande peso sociale, il reddito di cittadinanza. E con mossa tipica della politica più vecchia, si sono ricollocati prontamente là dove possono attaccare il loro vecchio alleato accusandolo di decisioni che invece hanno preso insieme. E là dove possono immaginare di trovare alleati e un nuovo bacino di voti.
Il progetto che la giravolta sulla Resistenza svela è quello molto semplice: è la speranza di prendere voti a quel Pd che è ancora in difficoltà, ancora al di sotto di ogni possibilità di reagire, in cambio della offerta alla sinistra della testa di Salvini, via crisi di governo.
Permetterà la sinistra, pur di avere la testa del Leghista questo cambio di pelle dei Cinque Stelle? Si fiderà di queste scelte fatte da una forza politica che finora ha condiviso tutto con Salvini?
Ovviamente non è in sé sbagliato cambiare opinione. Ma prima di rendersi credibili i 5 stelle devono fare vari passaggi.
Il primo è molto vicino. Lunedì il Premier Conte dovrà decidere se ritirare o meno le deleghe al sottosegretario Siri, sotto inchiesta per corruzione. Se davvero vuole provare la differenza maturata dall’alleato questa è una buona occasione: confermi il ritiro delle deleghe, e chieda le dimissioni a Matteo Salvini. Mettendo fine con un gesto di coraggio a questa farsa della rottura/non rottura, degli amici/nemici, del contratto rotto ma mantenuto in piedi. Faccia cadere il governo, ora, subito, a elezioni europee in corso. E avvii finalmente un chiarimento per tutto il Paese, oltre che per i Cinque Stelle.

 

8 – CUBA È SOTTO ATTACCO: «FERMATE TRUMP, PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI». L’APPELLO DEL GOVERNO ALLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE. IL NUOVO PACCHETTO DI SANZIONI E LIMITAZIONI SI SOMMA ALLE MENZOGNE SUL RUOLO DELLE MISSIONI UMANITARIE CUBANE IN VENEZUELA. MA L’ISOLA TEME LO STRANGOLAMENTO ANCHE PER EFFETTO DELLA BATTAGLIA PER LE PRESIDENZIALI USA. Una «politica insensata e irresponsabile», come denuncia dall’Avana il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez – che rischia di incendiare tutta l’America latina, di Roberto Livi
Gli Stati uniti mentono per giustificare nuovi attacchi a Cuba. È la sostanza di un allarmato intervento del ministro degli esteri Bruno Rodríguez di fronte alla stampa estera nel quale ha rivolto un appello «alla comunità internazionale» perché «contenga la politica irresponsabile» dell’Amministrazione Trump «prima che sia troppo tardi».

IL RESPONSABILE della diplomazia cubana ha rivelato che, assieme al nuovo pacchetto di sanzioni per «asfissiare l’economia cubana», il dipartimento di Stato ha «inviato un memorandum segreto ai diplomatici accreditati a Washington» nel quale si chiede di «condannare pubblicamente» la politica di di Cuba in appoggio al governo bolivariano del Venezuela e di «utilizzare tutti gli strumenti a disposizione dei loro governi .. per giungere a dichiarazioni congiunte in ambito multilaterale» contro L’Avana o per fare pressioni sul governo dell’isola nel corso di trattative bilaterali.

IL NUOVO TENTATIVO di isolare Cuba è stato promosso soprattutto dal responsabile alla Sicurezza nazionale, John Bolton, il quale nel memorandum sostiene che Cuba ha inviato in Venezuela un nutrito contingente di militari e di agenti segreti, affiancati da truppe speciali schierate al confine con la Colombia. Quelli che Bolton ha definito «20.000 killers» sono in realtà i membri delle varie missioni di assistenza medica, scolare e sportiva composti «per il 60% da donne», ha ribattuto Rodríguez, affermando che quelle del consigliere alla Sicurezza Usa «sono volgari menzogne prive di ogni evidenza».

Quello che però mette in allarme il vertice politico dell’isola non sono né le menzogne, né il nuovo pacchetto di sanzioni che rendono ancora più duro l’embargo degli Usa per «strangolare Cuba» e far cedere il suo governo socialista. «È una politica che dura da più di sessant’anni – ha affermato il capo della diplomazia cubana – solo che ora lo fanno in modo piiù svergognato».

IL VERO PERICOLO dell’attuale escalation dell’Amministrazione Trump è che questa ha inserito la sua azione globale contro Cuba «all’interno della lotta politica contro il partito democratico». In sostanza la politica estera Usa, sia in America latina sia nel resto del mondo – con particolare riferimento a Russia e Cina – diventa, secondo il vertice politico cubano, un elemento essenziale della campagna per le presidenziali dell’anno prossimo. Campagna già iniziata (l’ex vicepresidente democratico Biden ha appena annunciato la sua partecipazione) e che si prospetta assai dura.

IL LIMITE ALLE RIMESSE dei cubano-americani, le sanzioni alle compagnie navali che traspostano il greggio venezuelano a Cuba, l’autorizzazione a tutti i cittadini americani di rivendicare le proprietà confiscate nell’isola dopo il trionfo della Rivoluzione di Fidel Castro vengono dunque percepite come misure che fanno parte di un’escalation contro i governi socialisti dell’isola e del Venezuela che continuerà. E che potrà aggravarsi fino anche a possibili interventi militari diretti o indiretti.

SI TRATTA DI UNA «POLITICA insensata e anche irresponsabile» ha affermato Rodríguez che può infiammare tutto il sub continente latinoamericano. Cuba è un elemento di stabilità, non di destabilizzazione della regione e persegue una politica di pace e di dialogo come è provato dalla sua azione nei vari organismi regionali. Una politica di dialogo rivolta anche, e soprattutto, nei confronti degli Stati uniti: «Mentre Washington pretende di rinforzare il suo embargo – ha affermato il ministro degli Esteri- Cuba si apre e offre una relazione sana, colta e rispettosa… a distinti settori della popolazione nordamericana». Il dialogo, però, che deve essere basato sul riconoscimento della sovranità nazionale e condotto su un piano di parità.
QUESTO OGGI NON AVVIENE. Quella dell’Amministrazione Trump è una politica di destabilizzazione attuata per fini elettorali. Dunque che danneggia anche i cittadini statunitensi. Per questa ragione deve essere fermata.
«Rivolgo un appello alla comunità internazionale perché sia messo un freno alla insensatezza e irresponsabilità – ha dichiarato Rodríguez -. Bisogna agire prima che sia troppo tardi, per il bene dei popoli di Cuba, degli Usa, della regione e del mondo».

 

9 – Al voto la Spagna del 2019. Elezioni decisive per il futuro della spagna. Quando ormai credevamo di averlo superato, è risorto lo spettro del franchismo, con il suo seguito di autoritarismo, sessismo, omofobia, xenofobia e ultranazionalismo.
Le elezioni sono il fondamento delle democrazie contemporanee. Anche se in senso stretto non sono davvero democratiche, perché non seguono il principio rappresentativo di “una persona, un voto”. A seconda delle forze politiche che approvano le leggi elettorali, diversi meccanismi distorcono la rappresentanza. Per esempio in Spagna le piccole città e le aree rurali sono sovra rappresentate e in genere votano soprattutto a destra. E nei sistemi che, come quello spagnolo, si basano sul metodo
di ripartizione dei seggi inventato nell’ottocento dal belga Victor D’Hondt i grandi partiti sono avvantaggiati.
A volte però questi trucchi si ritorcono contro chi li ha elaborati. La destra spagnola potrebbe essere penalizzata per la sua frammentazione in tre blocchi. E la crescita del Partito socialista sotto la guida del premier Pedro Sanchez, che ha recuperato alcuni tratti dell’identità socialdemocratica e ha superato le sbandate neoliberiste dei suoi predecessori, procurerà alla sinistra dei deputati in più che potrebbero rivelarsi decisivi per governare. In ogni caso le regole non possono essere cambiate durante la partita,
anche se è evidente che prima o poi bisognerà riformare una costituzione poco democratica sotto vari
aspetti.
Per questo le elezioni spagnole del 28 aprile saranno decisive. Soprattutto perché, quando ormai credevamo di averlo superato, improvvisamente è risorto lo spettro del franchismo, con il suo seguito di autoritarismo, sessismo, omofobia, xenofobia, razzismo e ultranazionalismo spagnolo. I nostalgici spuntano da ogni parte. E, anche se non sono la maggioranza, possono rivelarsi abbastanza numerosi da spostare verso l’estrema destra il Partito popolare (Pp) e Ciudadanos (che in quanto a nazionalismo è indistinguibile dal Pp), con tutto ciò che questo comporta per la convivenza pacifica nella società e in politica.
A destra l’odio per Sanchez è talmente forte che getta un’ombra cupa su una democrazia già messa in discussione dal modo incivile in cui viene repressa la proposta pacifica di decidere democraticamente il futuro dei rapporti tra Spagna e Catalogna.
E questa è l’altra ragione fondamentale che fa di queste elezioni le più importanti dal ritorno alla democrazia. Il risultato del voto stabilirà la possibilità o l’impossibilità della coesistenza pacifica nello spagnolo. Deciderà se è possibile risolvere le contraddizioni profonde tra progetti nazionali diversi e tra i desideri delle persone attraverso il dialogo, il negoziato e gli inevitabili compromessi. O se, al contrario, andremo allo scontro.
Perché queste elezioni siano risolutive e tirino fuori la Spagna dalla confusione e dall’angoscia sono necessarie due condizioni. La prima è che ciascuno voti secondo la sua coscienza, in base a quello che pensa e non ai tatticismi. Con il cuore più che con la testa. Perché non seguire le proprie convinzioni significa addentrarsi in un gioco strategico che è impossibile controllare, dato che i partiti, una volta presi i voti degli elettori, possono negoziare secondo i propri interessi.
Se volete che torni la dittatura, votate Vox senza esitazione e i politici si regoleranno di conseguenza. Se siete di sinistra e temete che i socialisti possano finire per allearsi con Ciudadanos, votate Podemos o qualcuno dei
suoi alleati sempre meno alleati. Se volete affermare la sovranità della Catalogna, votate il partito indipendentista che considerate più efficace. Alla fine dei conti bisogna esprimere anche la propria preferenza per il dialogo o per lo scontro, una decisione che va al di là dell’opposizione tra destra e sinistra. Se vogliamo chiarezza una volta per tutte, bisogna prendere posizione in base alle nostre vere e intime opinioni.
Chi non vota non potrà lamentarsi dopo. Perché stavolta ogni voto conterà davvero. Questa è la seconda condizione necessaria perché la democrazia spagnola funzioni, nonostante tutti i suoi condizionamenti. Senza voto non c’è diritto di parola.
Chi si gioca di più in queste elezioni sono le donne. Perché, dopo secoli di oppressione e decenni di belle parole, le ultime due edizioni dell’8 marzo hanno dimostrato un cambio di mentalità nella maggior parte delle donne che sta trasformando le cose. Da queste nuove donne sorgeranno rapporti inediti tra donne e uomini, una nuova sessualità, una nuova istruzione, una famiglia rinnovata e il desiderio di superare la repressione del desiderio.
Ma è in corso una controffensiva maschilista e patriarcale. Gran parte della risurrezione dell’estremismo di destra è dovuta al fatto che uomini insicuri della loro mascolinità stanno cercando di sottomettere le donne. È un momento decisivo per i diritti delle donne. Le elettrici scelgano chi le rappresenta meglio, ma votino. ( di Manuel Castells)

Advertisement

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.