“Terrore nel nome della gente” – On line il n. di marzo 2019 di NUOVO PAESE, mensile di Filef Australia

L’editoriale di Frank Barbaro
“Eventi come il recente massacro neozelandese contro i musulmani dovrebbero essere motivo di ricerca di pace.
Invece, la solidarietà mostrata alla Nuova Zelanda da parte di altri governi rischia di mostrare compassione, ma ignorando che molti di loro hanno alimentato sospetti e timori esortando i cittadini a “essere vigili ma non allarmati”.
I massacri terrorizzano e provocano un’indignazione giustificabile, ma si fermano prima di mettere in discussione le guerre portate avanti dai governi in nome della loro gente.
La riuscita demonizzazione di una serie di paesi – ricordiamo la dichiarazione di George W. Bush nel 2002 sull’ “asse del male” che minacciava la pace mondiale – ha visto gli Stati Uniti guidare le comunità verso l’esplosione di questa bomba “occidentale” verso i cosiddetti “Stati falliti” e frammentati.
Queste guerre sono state condotte nella maggior parte dei casi senza alcun consenso legale o morale, a livello nazionale o internazionale, e basate su menzogne, come nel caso del perseguimento delle inesistenti armi di distruzione di massa dell’Iraq.
La pace di cui il mondo ha disperatamente bisogno include la pace economica, in un mercato globale scosso dalle guerre commerciali e apertamente sconvolto da nuove tecnologie e tecniche il cui impatto spesso supera la capacità dei governi di assicurare serenità e equità.
L’ironia è che in un mondo globalizzato il “popolo” non è nè globalizzato né globalizzante.
È il capitale che è globalizzato, e impone un cambiamento che produce profitti senza contribuire all’economia reale – quella che produce beni, crea posti di lavoro sostenibili, salvaguarda la natura, consente e promuove la stabilità individuale e comunitaria e offre un futuro per le generazioni a venire.
Nel frattempo i governi, che combattono guerre in nome della loro gente, il cui “modo di vita” essi promettono di proteggere, permettono l’aumento dell’angoscia delle loro comunità con il crescente costi della vita, i cambiamenti climatici e le pratiche economiche sempre più stressanti.”

 


Terror in the name of the people

Events like the recent New Zealand massacre that targeted Muslims should be a cause for peace.

Instead, the solidarity shown NZ by other governments risks showcasing compassion but ignoring that many of them have been fuelling suspicion and fear exhorting citizens to ‘be alert but not alarmed’.

Massacres terrorize and provoke justifiable indignation, but they stop short of questioning wars carried out by governments in the name of their people.
The successful demonisation of a string of countries – remember George W. Bush’s declaration in 2002 of the ‘axis of evil’ threatening world peace – has seen the USA led West, bomb functioning communities into failed and fragmented States. These wars have been carried out in most cases without any legal or moral consent, nationally or internationally, and based on lies, as the case in the pursuit of Iraq’s non-existent weapons of mass destruction.
The peace the world desperately needs includes economic peace in a global market buffeted by trade wars and openly disrupted by new technologies and techniques whose impacts often outstrip government capacity to ensure calm and fairness.
The irony is that in a globalised world the ‘people’ are not globalised nor globalising.
It is capital that is globalised and dictates change making, profits without contributing to the real economy – the one that produces goods, creates sustainable jobs, safeguards nature, permits and promotes individual and community stability and offers a future for generations to come.
Meanwhile governments, that wage wars in the name of their people whose ‘way of life’ they vow to protect, allow community anxiety to grow about living costs, climate change and stressful economic practices.

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